Due persone possono arrivare in terapia portando apparentemente lo stesso problema: ansia, difficoltà nelle relazioni, paura di andare a scuola, chiusura, irritabilità, conflitti familiari.
Eppure, dietro comportamenti simili possono esserci storie profondamente diverse.
Un adolescente può non voler più andare a scuola perché teme il giudizio degli altri. Un altro può attraversare una fase di forte fatica nelle relazioni con i coetanei. Per un altro ancora, ciò che accade a scuola può intrecciarsi con tensioni familiari, cambiamenti, separazioni, aspettative o vissuti che non riesce ancora a esprimere.
Il sintomo è ciò che vediamo. Ma non racconta mai, da solo, tutta la storia.
Prima del problema viene la persona
Quando qualcuno chiede aiuto, è comprensibile cercare subito una risposta: cosa sta succedendo? Qual è il problema? Come possiamo farlo stare meglio?
Sono domande importanti, ma nella terapia psicologica non sono sufficienti.
Occorre comprendere chi è la persona che sta vivendo quella difficoltà, in quale momento della propria vita si trova, quali relazioni la circondano, quali esperienze hanno contribuito a costruire il suo modo di stare con sé stessa e con gli altri.
Ognuno arriva con una propria storia.
Con ciò che ha imparato a fare quando ha paura, quando si sente escluso, quando teme di deludere qualcuno, quando sente di non essere abbastanza, quando ha bisogno di essere visto o, al contrario, di nascondersi.
Molti comportamenti che oggi creano sofferenza hanno avuto, in altri momenti, una funzione.
Sono stati modi per proteggersi, adattarsi, mantenere una relazione, evitare un conflitto o rendere più tollerabile qualcosa che in quel momento sembrava difficile da affrontare.
Per questo il lavoro terapeutico non consiste semplicemente nell’eliminare un sintomo. Significa provare a comprenderne il significato.
Nell’adolescenza ciò che si vede non coincide sempre con ciò che accade
Questo è particolarmente evidente nel lavoro con gli adolescenti.
L’adolescenza è un tempo di trasformazione profonda. Cambia il corpo, cambia il rapporto con i genitori, cresce il bisogno di autonomia, aumenta il peso dello sguardo dei coetanei e contemporaneamente rimane molto forte il bisogno di sentirsi protetti e riconosciuti.
Sono movimenti spesso contraddittori.
Un ragazzo può chiedere distanza e nello stesso tempo avere bisogno di essere cercato. Può apparire oppositivo quando, in realtà, non trova un altro modo per affermare la propria identità. Può chiudersi perché non riesce ancora a dare un nome a ciò che sente. Può diventare aggressivo proprio nei momenti in cui si sente più fragile.
Comprendere tutto questo non significa giustificare qualsiasi comportamento. Significa evitare di fermarsi alla superficie.
Un comportamento acquista significato quando viene osservato dentro la storia della persona e dentro le relazioni nelle quali si manifesta.
La relazione terapeutica viene prima della tecnica
La psicoterapia non è l’applicazione di una tecnica a un problema.
Gli strumenti sono importanti. La competenza clinica è indispensabile. Così come lo sono la formazione, il metodo e il confronto con le conoscenze scientifiche.
Ma tutto questo prende forma all’interno di una relazione.
La relazione terapeutica è il luogo nel quale la persona può iniziare a osservare la propria esperienza in modo diverso.
Può raccontare qualcosa senza sentirsi immediatamente giudicata. Può incontrare parti di sé che tende normalmente a evitare. Può riconoscere emozioni, paure, desideri e modalità relazionali che fino a quel momento erano rimasti poco visibili.
E può sperimentare una relazione nella quale ciò che sente può essere pensato, condiviso e trasformato.
Per questo la relazione non è un elemento accessorio della terapia. È una parte del processo terapeutico.
Anche la famiglia fa parte della storia
Quando il disagio riguarda un bambino o un adolescente, raramente è utile guardare soltanto a lui.
Il sintomo appartiene alla persona, ma si manifesta dentro un sistema di relazioni.
La famiglia non è necessariamente la causa del problema. È però uno dei luoghi nei quali il disagio viene vissuto, interpretato, affrontato e, talvolta senza volerlo, mantenuto.
Può accadere che un genitore, preoccupato, aumenti il controllo. Che l’altro cerchi di ridimensionare il problema. Che il ragazzo si senta continuamente osservato. Che le tensioni aumentino proprio perché tutti stanno cercando, a modo loro, di far stare meglio la situazione.
Per questo, in alcuni percorsi, può essere importante incontrare anche i genitori o lavorare insieme sulle modalità comunicative e relazionali della famiglia.
Non per individuare un colpevole. Ma per comprendere che cosa sta accadendo tra le persone.
A volte il cambiamento di un singolo modifica l’equilibrio dell’intero sistema. Altre volte è proprio un cambiamento nelle relazioni familiari a permettere al ragazzo di trovare modalità nuove per affrontare ciò che sta vivendo.
Non esiste uno strumento valido per tutti
Ogni percorso richiede una valutazione.
In alcune situazioni può essere utile lavorare soprattutto attraverso il colloquio. In altre può essere necessario coinvolgere la famiglia. In altri momenti ancora può diventare importante lavorare sul corpo, sulle emozioni, sulle modalità con cui la persona entra in relazione o affronta situazioni che generano ansia e difficoltà.
Gli strumenti vengono scelti in funzione della persona. Non dovrebbe essere la persona ad adattarsi allo strumento.
Personalizzare un percorso terapeutico non significa improvvisare. Significa costruire un lavoro coerente con la domanda, con la storia della persona, con le sue risorse e con ciò che progressivamente emerge nella relazione terapeutica.
Quando anche il contesto diventa parte del lavoro
La terapia non deve necessariamente svolgersi sempre nello stesso modo e nello stesso luogo.
Per alcune persone, e in determinati momenti del percorso, anche la natura può diventare parte del setting terapeutico.
Camminare, stare in uno spazio naturale, modificare il ritmo dell’incontro può cambiare il modo in cui una persona sente il proprio corpo, organizza i pensieri o entra in relazione.
A volte parlare camminando rende possibile dire qualcosa che, seduti uno di fronte all’altro, sarebbe più difficile esprimere.
In altri casi il contatto con l’ambiente naturale può aiutare a rallentare, a riconoscere sensazioni corporee, a tollerare il silenzio o a spostare l’attenzione da una modalità eccessivamente mentale dell’esperienza.
Anche la relazione con un animale, quando inserita in un percorso clinico appropriato, può offrire elementi importanti.
Un animale non chiede spiegazioni. Non utilizza il linguaggio verbale. Risponde alla postura, alla distanza, al tono della voce, al movimento, alla capacità di attendere e di entrare in relazione.
Proprio per questo può rendere visibili aspetti del nostro modo di stare con gli altri che attraverso le sole parole rimarrebbero più difficili da osservare.
Ma né la natura né gli animali rappresentano una terapia in sé. Sono possibilità.
Possono entrare nel percorso quando hanno un significato clinico, quando sono coerenti con gli obiettivi terapeutici e quando vengono utilizzati all’interno di un lavoro professionale strutturato.
Il percorso si costruisce nel tempo
Non sempre, all’inizio di una terapia, è possibile sapere esattamente quale direzione prenderà il lavoro.
La persona porta una domanda. A volte molto precisa: “Come faccio a non avere più ansia?”, “Perché mio figlio non vuole più andare a scuola?”, “Perché continuiamo a litigare?”, “Come posso smettere di stare così male?”
La terapia parte da queste domande. Ma spesso, andando avanti, permette di formularne altre.
Che cosa succede quando mi sento giudicato? Perché ho così bisogno dell’approvazione degli altri? Che cosa accade nella nostra famiglia quando qualcuno sta male? Perché mi è così difficile chiedere aiuto? Che cosa sto cercando di proteggere?
Il lavoro terapeutico consiste anche in questo: trasformare progressivamente una domanda che riguarda soltanto il sintomo in una possibilità più ampia di comprensione.
Ogni percorso comincia da una storia
Non esiste una terapia uguale per tutti perché non esistono due persone che vivono nello stesso modo una difficoltà.
La diagnosi può essere importante. Il sintomo può orientarci. Gli strumenti clinici sono necessari.
Ma nessuno di questi elementi, da solo, racconta chi abbiamo davanti.
La persona non coincide con ciò che le sta accadendo.
È dentro una storia, dentro un corpo, dentro relazioni che hanno contribuito a costruire il suo modo di percepirsi e di stare nel mondo.
Per questo la terapia comincia davvero quando smettiamo di domandarci soltanto quale sia il problema e iniziamo a chiederci chi sia la persona che lo sta vivendo.
È da lì che può nascere un percorso. Non già scritto. Ma costruito, passo dopo passo, nell’incontro.
di Francesca Mugnai