Chi lavora nella cura è abituato a occuparsi degli altri.

Ascolta, contiene, accompagna, decide, sostiene. È abituato a essere quello che in quel momento deve esserci per qualcuno che sta attraversando una difficoltà.

Ma chi si prende cura di chi cura?

È una domanda che rischiamo di farci soltanto quando la fatica è già diventata troppo grande.


La fatica della cura

Lavorare con le persone significa entrare continuamente in contatto con la sofferenza, la paura, la rabbia, il dolore, la perdita. Anche quando sappiamo mantenere una distanza professionale, quello che incontriamo non ci lascia necessariamente indifferenti.

Esiste un fenomeno conosciuto come compassion fatigue, la fatica da compassione, che riguarda proprio le professioni nelle quali siamo chiamati a prenderci cura degli altri.

Non significa essere meno professionali e neanche non amare il proprio lavoro.

A volte significa semplicemente essere stati troppo a lungo esposti al dolore senza avere avuto abbastanza spazio per elaborare ciò che abbiamo incontrato.


Anche chi lavora con gli animali si stanca

Negli IAA questo aspetto assume una caratteristica particolare.

Non ci prendiamo cura soltanto della persona: dobbiamo contemporaneamente osservare l’animale, rispettarne i tempi, riconoscere i segnali di stress, garantire il suo benessere e costruire una relazione che sia sostenibile per entrambi.

È una responsabilità importante. E può essere logorante.

Anche perché gli animali, proprio come le persone, non sono strumenti prevedibili che possiamo semplicemente utilizzare secondo un programma. Ogni incontro richiede attenzione, adattamento, capacità di leggere ciò che sta accadendo.

Essere sempre attenti agli altri può farci perdere di vista quello che accade dentro di noi.


Quando serve fermarsi a pensare

La supervisione, allora, non dovrebbe essere considerata soltanto un momento per verificare se abbiamo lavorato correttamente.

È uno spazio di pensiero.

Uno spazio nel quale possiamo raccontare un caso che ci ha coinvolto, una situazione che ci ha messo in difficoltà, una relazione che continuiamo a portarci a casa anche quando la giornata di lavoro è finita.

Possiamo chiederci: perché questa situazione mi ha colpito così tanto? Che cosa è successo nella relazione? Dove ho fatto fatica a mantenere il mio ruolo? Che cosa ho provato davanti a quella persona o a quell’animale?

Sono domande professionali, non confessioni personali.

Perché conoscere ciò che il lavoro produce dentro di noi ci permette di lavorare meglio.


Non siamo fuori dalla relazione

Una delle illusioni delle professioni d’aiuto è pensare che il professionista possa rimanere completamente esterno alla relazione.

Non è così.

Siamo dentro quella relazione, anche se con un ruolo diverso. Il nostro modo di parlare, il nostro corpo, le nostre aspettative, le nostre paure e anche la nostra stanchezza entrano inevitabilmente nell’incontro.

Per questo prenderci uno spazio di pensiero non è un gesto di debolezza.

È parte della responsabilità professionale.


Curare chi cura

Una cultura della cura deve comprendere anche questo: chi lavora per il benessere degli altri ha bisogno di luoghi nei quali poter deporre, almeno temporaneamente, il peso della responsabilità.

Non per smettere di essere professionista, ma per poterlo essere meglio.

La supervisione ci permette di rallentare, guardare ciò che è accaduto da una distanza diversa, riconoscere la fatica prima che diventi esaurimento e ritrovare un significato nel lavoro che facciamo.

Perché prendersi cura degli altri non significa essere inesauribili.

Significa anche sapere quando abbiamo bisogno di fermarci, pensare e lasciarci, a nostra volta, accompagnare.

 

di Francesca Mugnai

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