Ci sono momenti in cui sappiamo di stare male, ma non sappiamo dire esattamente perché.
Abbiamo la mente piena, continuiamo a pensare alle stesse cose, ripercorriamo una conversazione, una scelta, qualcosa che è successo. Ci sentiamo in colpa, abbiamo pudore nel raccontare quello che proviamo oppure semplicemente non troviamo le parole.
È come essere un criceto dentro una ruota che gira continuamente senza portarci da nessuna parte.
Intanto, però, il corpo continua a parlare.
Quando la mente è satura
Il nostro corpo non è separato da quello che viviamo. Le emozioni che non riusciamo a riconoscere, pensare o comunicare possono accompagnarsi a modificazioni del sonno, della tensione muscolare, del respiro, dell’energia, dell’appetito. Possiamo sentire un nodo alla gola, lo stomaco chiuso, le spalle contratte, una stanchezza che non riusciamo a spiegare.
Questo non significa che ogni sintomo fisico abbia un’origine psicologica.
Significa piuttosto riconoscere che corpo e mente sono continuamente in relazione e che, quando un’esperienza non riesce a trovare una forma pensabile e raccontabile, anche il corpo può diventare uno dei luoghi attraverso cui quella esperienza si manifesta.
Il corpo dice quello che ancora non sappiamo dire
Prima ancora di arrivare a una spiegazione, spesso arriviamo a una sensazione.
“Quando ne parlo mi si chiude lo stomaco”. “Non riesco a respirare bene”. “Mi sento come se fossi fuori da me”.
Sono informazioni preziose da non tradurre per forza subito in una causa.
Possiamo cominciare ascoltandole. Che cosa succede al corpo quando raccontiamo questa esperienza? Quando ci fermiamo? Quando torniamo con il pensiero a quella situazione?
Riconoscere queste sensazioni può essere il primo passo per dare un significato a qualcosa che, fino a quel momento, era rimasto senza parole.
In natura il corpo torna a farsi sentire
Quando usciamo dai ritmi abituali, dalle stanze, dagli schermi e dalle richieste continue, qualcosa può cambiare. Il corpo torna ad avere spazio.
Camminiamo, sentiamo il terreno sotto i piedi, percepiamo la temperatura dell’aria, i rumori, gli odori. Ci accorgiamo del respiro. Possiamo fermarci.
E proprio allora può diventare più evidente anche ciò che prima tenevamo lontano.
A volte ci accorgiamo di essere stanchi. Altre volte sentiamo una tensione che non avevamo notato. Possiamo scoprire di trattenere il respiro o di muoverci continuamente senza una vera direzione.
Non è la natura a “curare” ciò che proviamo.
È che, quando la mente ha finalmente un po’ di spazio, possiamo tornare ad ascoltare il corpo.
Quando ci sentiamo lontani da noi stessi
Può accadere anche qualcosa di più sottile: sentirsi distanti da quello che stiamo vivendo, come se osservassimo noi stessi dall’esterno o come se ciò che accade intorno ci riguardasse solo in parte.
Sono esperienze che possono comparire quando siamo sottoposti a una forte attivazione emotiva o quando, per proteggerci, abbiamo imparato a prendere distanza da ciò che sentiamo.
In natura questa distanza può diventare più riconoscibile proprio perché il corpo torna protagonista. Il movimento, la percezione dello spazio e il contatto con ciò che ci circonda possono rendere più evidente la differenza tra esserci davvero e funzionare semplicemente andando avanti.
Dare un nome è già un movimento
Non dobbiamo solo cercare di capire “che cosa abbiamo”, ma cosa ci sta accadendo.
Dove lo sentiamo nel corpo? Quando compare? Che cosa succede prima? Che cosa cambia quando riusciamo a parlarne? Quale emozione facciamo più fatica a riconoscere?
Dare un nome a un’esperienza non significa risolverla immediatamente. Ma permette di cominciare a trasformare una sensazione indistinta in qualcosa che può essere pensato, raccontato e condiviso.
E quando il dolore trova finalmente le parole, il corpo non deve più essere l’unico luogo in cui continuare a parlare.
di Francesca Mugnai