La paura arriva spesso prima delle parole. Il corpo si tende, il respiro cambia, il battito accelera e l’attenzione cerca rapidamente una via di uscita. È una risposta antica, profondamente radicata nel nostro sistema nervoso e fondamentale per la nostra sopravvivenza.

Avere paura non significa avere un problema.

La paura ci avverte che qualcosa potrebbe essere pericoloso e prepara il corpo a reagire. Ci permette di fermarci davanti a una strada trafficata, di allontanarci da una situazione minacciosa, di cercare protezione quando percepiamo un rischio. È una funzione preziosa, soprattutto quando riesce a essere proporzionata a ciò che sta accadendo.

Ma cosa succede quando l’allarme continua a suonare anche quando il pericolo non è realmente presente?

Quando la paura prende troppo spazio

Nella paura fobica qualcosa cambia: la reazione può diventare molto intensa anche davanti a un rischio minimo o addirittura inesistente. La persona può sapere perfettamente, sul piano razionale, che quella situazione non rappresenta un vero pericolo, eppure il corpo reagisce come se la minaccia fosse reale.

È una delle caratteristiche più difficili da comprendere dall’esterno.

“Non c’è niente da temere”. “È solo un cane”. “Non ti succederà nulla”.

Sono frasi comprensibili, ma raramente aiutano. Perché una fobia non è semplicemente una paura esagerata che si può eliminare convincendosi razionalmente che non c’è motivo di averne.

La risposta coinvolge il corpo, le emozioni, le esperienze vissute e i significati che quella situazione ha assunto per la persona. E proprio per questo non può essere affrontata come una questione di volontà.

Il sollievo che mantiene la paura

Se qualcosa ci spaventa, evitarlo ci fa stare meglio, almeno nell’immediato. Non incontrare quel cane, non entrare in quell’ascensore, non prendere quell’aereo significa non provare quella paura.

Il problema dell’evitamento è che il sollievo conferma al nostro cervello che evitare era la scelta giusta.

Così, poco alla volta, ciò che prima sembrava difficile può diventare impensabile. La paura si allarga e le possibilità si restringono.

Per questo lavorare su una fobia non significa semplicemente “affrontare la paura”. Significa creare le condizioni perché la persona possa fare un’esperienza diversa da quella che la paura le ha insegnato ad aspettarsi.

Quando l’animale diventa il pericolo

Spesso incontro persone che hanno una relazione difficile con gli animali e si rivolgono a me per superarli. Cani, gatti, insetti, uccelli e altri esseri viventi possono diventare oggetto di paure molto intense.

A volte c’è un episodio preciso: un morso, una caduta, un animale che si è avvicinato improvvisamente. A volte è una paura conosciuta attraverso le fobie dei genitori, “tramandata”. Altre volte non esiste un ricordo altrettanto chiaro di cosa l’ha scatenata.
La paura può essersi costruita nel tempo, anche attraverso l’osservazione delle reazioni altrui.
Un bambino può imparare che un cane è pericoloso ancora prima di averne fatto personalmente esperienza.

Per questo per capire la fobia bisogna prima di tutto comprenderne la storia e i sintomi, le reazioni e le emozioni. Prima di tutto viene l’ascolto.

Sul fronte terapeutico, per affrontare una fobia del genere, l’animale non è uno strumento terapeutico da utilizzare per dimostrare alla persona che “non c’è nulla da temere”. Non è una prova da superare e non deve essere costretto a partecipare a un’esperienza che non comprende o che gli provoca disagio: anche lui è dentro la relazione.

Per questo l’avvicinamento deve rispettare due tempi: quello della persona e quello dell’animale. Occorre poter osservare, mantenere una distanza, fermarsi, eventualmente allontanarsi e riprovare in un altro momento.

È proprio questa possibilità di scelta a rendere l’esperienza diversa da una semplice esposizione forzata.

La natura come spazio di possibilità

Ancora una volta la natura viene in nostro aiuto: la presenza di uno spazio più ampio permette spesso di modulare la distanza con maggiore libertà. In uno spazio aperto, non è necessario arrivare subito vicino all’animale. Si può cominciare osservando: guardare come si muove, dove si dirige, come comunica, quando si avvicina e quando sceglie di allontanarsi. Imparare a distinguere ciò che l’animale sta realmente comunicando da ciò che la nostra paura ci fa anticipare.

Anche il corpo può lentamente ritrovare il proprio ritmo. Il respiro diventa più regolare, l’attenzione si sposta dall’allarme alla possibilità di osservare, e ciò che sembrava completamente fuori controllo può diventare più prevedibile.

La natura non cura la fobia automaticamente, ma può offrire un contesto nel quale fare esperienza di qualcosa di diverso: avere tempo, spazio, possibilità di scelta e una relazione nella quale nessuno forza l’altro.

Non dobbiamo imparare ad amare ciò che ci fa paura

Un equivoco frequente è pensare che superare una fobia significhi arrivare ad amare ciò che prima ci spaventava.

No. L’obiettivo è più semplice: è tornare a poter scegliere.

Poter camminare per strada senza cambiare marciapiede ogni volta che compare un cane. Entrare in una stanza senza cercare immediatamente una via di fuga. Riuscire a stare in una situazione che prima sembrava impossibile senza sentirsi completamente sopraffatti.

La libertà non coincide con l’assenza di paura.

Significa poter avere paura senza essere completamente governati da essa.

Ascoltare la paura, senza lasciarle decidere tutto

Dovremmo smettere di pensare alla paura come a qualcosa che deve essere sempre eliminato.

Ci protegge quando ci aiuta a riconoscere un pericolo; diventa un limite quando restringe progressivamente le nostre possibilità di vivere, incontrare, esplorare e scegliere.

Affrontare una fobia non significa dimostrare di essere coraggiosi e nemmeno obbligarsi a fare ciò che terrorizza, ma imparare ad ascoltare quella paura, comprenderne la storia e costruire, con gradualità, esperienze nuove.

Nella relazione con un animale questo significa soprattutto rispetto: per i tempi della persona, per i tempi dell’animale.

Il cambiamento non nasce dalla forza con cui superiamo una paura, ma dalla possibilità di scoprire, passo dopo passo, che possiamo stare in quella situazione e rimanere noi stessi.

È qui che la paura può tornare a fare il suo compito: non comandare la nostra vita, ma aiutarci a conoscerla meglio.

 

di Francesca Mugnai

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